Caricamento delle storie…
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Cronache
GIORGIO CRACCO E IL BUONO DELL’HORROR
Nato a Dolo (VE) il 3 luglio 1977, laureato in giurisprudenza, cresce a pane e horror, con Lovecraft come nume tutelare. Ha curato per anni un blog di recensioni cinematografiche e dal giugno 2011 fa parte del movimento letterario Sugarpulp, per il quale scrive recensioni e realizza interviste. Scrive storie hardcore in cui il noir sposa l’horror e il soprannaturale.
1) Cosa ti piaceva da bambino?
Quello che mi piace oggi: leggere, creare e vivere le storie. Salgari e Verne, grazie a una mamma professoressa di lettere e a un padre e uno zio patiti di fantascienza. Sport pochissimo. Poi Marvel, Bonelli, Transformers e G.I. Joe, che vivevo con i giocattoli, le sorelle e gli amici, replicando la tv. Ho iniziato a scrivere alle elementari, inventando le storie degli orsetti di famiglia. Quanto agli altri: se qualcuno a scuola veniva deriso o ignorato, finiva per diventare mio amico. Mi sembrava giusto considerarlo, se non lo faceva nessun altro. Amici pochi, ma buoni.
2) Quali sono i luoghi importanti della tua vita? Perché?
Tre: Lignano Sabbiadoro, Tonezza del Cimone e Valdagno. Le prime due sono le case di vacanza di famiglia, la terza è dove vivevano i nonni paterni. Avevo tre settimane quando mia madre mi portò a Lignano: mi sento cittadino dell’estate prima di ogni altra cosa. Tornare ogni stagione negli stessi posti, dalle stesse persone, mi ha dato l’idea di un eterno ritorno a casa. Zone franche dove la frenesia isterica è bandita. A Lignano sono andato al cinema con mio padre per la prima volta, ho comprato il mio primo Lovecraft, ho fatto un corso di scrittura creativa. A Tonezza sciavamo e rifacevamo sulle rocce le battaglie tra G.I. Joe e Cobra. A Valdagno ho letto i primi fumetti Marvel e visto il mio primo film dell’orrore, “Poltergeist”. Non sono solo località di vacanza: sono stati piccoli romanzi di formazione. La parte migliore di me è nata lì. Poi è cresciuta anche altrove, ma è nata lì.
3) Dove ami trascorrere il tuo tempo libero?
Nei locali, in mezzo alla gente. Spesso mi porto il pc e lavoro a romanzi e interviste seduto in un pub: il rumore indistinto delle chiacchiere altrui mi rilassa. Ogni persona che conosci è un ponte o un seme. Poi il cinema, che avrà sempre il suo fascino anche nell’era dello streaming, e la famiglia: fare il papà, la casa. Servono radici profonde e intenti chiari, se vuoi essere un ramingo efficace in giro per il mondo. Altrimenti ci si accontenta di perdere tempo qua e là, per divertirsi e basta. Non c’è niente di male, ma non è il mio caso.
4) Ci sono luoghi in cui la tua vita ha avuto una svolta determinante?
L’Università di Padova e Casalserugo. Prima dell’università ero un nerd riservato, tra film, fumetti e giochi di ruolo, e troppo autoreferenziale: mi bastavano quello che avevo e chi ero. All’università si è aperta una breccia: c’era un mondo lì fuori, ed era interessante. Non si è più richiusa. Le persone sono la fortuna più bella che ci possa capitare, e lasciarsela sfuggire è un lusso che nessuno può permettersi. A Casalserugo ho conosciuto Enrica, che mi sopporta ogni giorno, madre della nostra bimba.
5) I genitori, i nonni, sono presenti nella tua vita, nei tuoi ricordi? In quale modo?
La famiglia è stata, ed è, fondamentale. I nonni di Valdagno avevano il più importante negozio di giocattoli del paese; poi presero casa a Lignano, nel nostro stesso condominio. I materni vi avevano comprato prima ancora che nascessi. I miei genitori non ci hanno fatto mancare niente e ci hanno trasmesso valori sani. Può sembrare scontato, ma non lo è per chi ha vissuto esperienze ben diverse.
6) Quando, come e perché hai iniziato a scrivere?
Alle elementari, con le avventure da supereroe del mio orsetto di peluche. Quello che scrivo oggi è invece figlio dei film horror e soprattutto di Lovecraft. A fine liceo, un romanzo action horror mai finito: acerbo, ma con spunti che ho ripreso. Da adulto ho ricominciato perché amavo leggere racconti e amavo Lovecraft: volevo dare la mia visione del suo mondo e vedere se ne ero capace. I primi racconti sono piaciuti e sono diventati il volume uno di una serie antologica, “L’oscurità imperfetta”. Poi tre romanzi e un romanzo breve, sempre action horror, sempre legati a Lovecraft. Quasi tutto ambientato nel Nordest, tra Padova, Lignano e il resto del Veneto e del Friuli. I protagonisti sono investigatori sui generis, spietati e violenti, ma pieni di buone intenzioni. Scrivo le storie che vorrei leggere o vedere al cinema. Una realtà in cui i buoni non rinunciano all’azione, il male è sradicato senza se e senza ma, e i fatti prendono il posto delle parole.
7) Come definiresti le tue opere?
“Action horror” è un’etichetta comoda, ma non amo parlare di genere. “Che genere scrivi?” è una banalità come “che lavoro fai?”. Il genere sceglie per te, in base a quanto nobile lo considera il sentire comune. Io credo che si debbano scegliere le buone storie: ben concepite, ben scritte, che trattano con intelligenza e rispetto il loro materiale. Il resto è noiosa superficialità, con il paraocchi. Le mie sono storie di amicizia e di rapporti solidi, in cui nel quotidiano dei personaggi si incontrano demoni, mafiosi, corrotti, creature di altre dimensioni. Storie di riscatto, in un territorio sanguinario dove però è il male a dover temere il bene. Ed è questo, purtroppo, il vero elemento di fantasia, rispetto a un mondo reale che con le sue guerre, le pandemie, le mafie, la corruzione e i diritti negati non prova nemmeno a consolare nessuno.
8) Quali sono le tue passioni? Hai qualche piccola mania?
Sono un po’ come gli squali: se mi fermo rischio di andare a fondo. Ho mille interessi e una miriade di progetti, le ore del giorno sono ventiquattro e io non sono Jack Bauer. La mia passione principale è costruire ponti, ora tra le persone e un domani tra le culture. Obiettivo ambizioso, forse utopistico. Ma ciò che mi muove, in ultima analisi, è la gente.
9) Quali sono i tuoi sogni, le tue speranze?
Che le persone, un giorno, inizino finalmente a comportarsi come esseri umani. Che si scelga di vivere, non di limitarsi a esistere, e che la vita giri meno attorno all’economia. Una politica come servizio. Stati che rinuncino a farsi la guerra per motivi futili rispetto alle vite che sacrificano, e che sconfiggano invece i demoni che li avvelenano dall’interno: corruzione, crimine organizzato e tutta quella robaccia lì. E cittadini che prima cambino in meglio le proprie vite e poi pretendano che cambi la società. Sì, mi accontento di sognare queste cosette qui.
10) Perché è importante che altri leggano i tuoi scritti?
Perché vorrei rendere cool quello che di solito non lo è. Il male è percepito come più intrigante del bene: il cattivo ragazzo ha soldi, potere, appeal, e tanti giovanissimi sognano di emularne la carriera. Se fosse solo fantasia sarebbe innocua aria fritta. Ma la lotta tra bene e male versa sangue nella realtà, e i suoi morti innocenti sono uomini, donne e bambini veri. Le mie storie dicono che anche il bene affascina, che le personalità forti e carismatiche stanno soprattutto dalla parte giusta; che essere buoni è ben diverso dall’essere buonisti; che le maniere forti hanno diritto di cittadinanza, nei limiti della legge, se usate con criterio. Vorrei che il lettore fosse spinto a indagare e scomporre la realtà in cui vive: cosa è verità e cosa menzogna, quali sono le battaglie urgenti e quale la fuffa gettata negli occhi della gente. La lotta al male non richiede violenza da giustiziere. Richiede coraggio, senso civico, rispetto della legge e spirito critico. I malvagi, i corrotti, i mafiosi sono ospiti indesiderati nella società in cui viviamo. È ora che se ne rendano conto. E se una storia di vendetta, con splatter e horror, può dare un umilissimo contributo alla causa, come autore non potrei essere più felice.
11) Qual è il filo conduttore della tua vita?
La ricerca della felicità, come nel film di Muccino: fare le cose che ami e vivere la vita che senti tua. Ogni mia azione ha più di un fine. Un party ben organizzato crea relazioni, fa lavorare uno staff qualificato, fa curriculum, genera partnership. Nessun obiettivo è fine a sé stesso: ogni step porta al successivo. Il successo non serve a nutrire l’ego, ma a fare cose più grandi e più belle. Non c’è tempo di essere tristi o scoraggiati. Bisogna essere felici, e carichi, sempre. E gettarsi nell’arena senza esitazione né paura.
12) Cosa sono secondo te il bene e il male?
Due concetti chiari, semplici e inequivocabili. Non vanno spiegati: chiunque dovrebbe capirli, a prescindere da cultura, estrazione sociale e benessere. Chi per guadagnarsi da vivere fa il corriere della droga o pianta un proiettile nella testa di un altro essere umano fa una scelta ben precisa. Come chi paga scienziati per mentire sul cambiamento climatico, smaltisce rifiuti tossici o accetta voti pilotati dal crimine organizzato. Ma fa una scelta ben precisa anche chi sfuma il confine, chi fa a parole il gioco delle tre carte e parla di grigio. Se non rifiuti e non contrasti il male, ne sei complice. Se esiste un Dio, un giorno ci farai i conti. E se le brave persone decideranno che la festa è finita, dovrai farli anche con loro. Si può scegliere da che parte stare, ma non dire di essere finiti nella squadra sbagliata per errore, per colpa del destino o della società crudele. Non serve una laurea. Basta essere onesti, almeno con se stessi. Poi si accetta quello che arriva. Senza scuse, senza raccontare cazzate stantie a cui non crede più nessuno.
Chi desidera leggere i racconti di Giorgio Cracco può scrivere direttamente all’autore (giorgio.cracco.77@gmail.com) o alla Redazione di Contame.