Caricamento delle storie…
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Palestina
Gazzella nasce da una scelta di solidarietà. Come è cominciato tutto? Quale incontro o esperienza vi ha spinto a impegnarvi concretamente a favore del popolo palestinese?
Gazzella nasce nell’anno 2000, allo scoppio della seconda Intifada. Sono state due donne, che noi chiamiamo le nostre madri fondatrici, Marisa Musu, partigiana combattente insignita della medaglia d’argento al valor militare e Marina Rossanda, medico anestesista e senatrice della Repubblica che decisero di andare in Palestina per vedere con i loro occhi cosa stesse succedendo, volevano testimoniare di questa grande rivolta popolare. Ad Hebron visitarono in ospedale una ragazzina quattordicenne di nome Ghazala che era stata sparata alla testa dai soldati israeliani mentre andava a scuola ed era in coma. Operata, miracolosamente si salvò. Una volta tornate in Italia le due amiche decisero di creare una rete solidale che sostenesse economicamente – tramite l’adozione a distanza – i bambini e le bambine palestinesi feriti da armi da guerra e le loro famiglie. Decisero anche di chiamare questa associazione ‘Gazzella’, traduzione italiana del nome arabo della ragazzina Ghazala.
Quando si parla di Gaza ci arrivano soprattutto immagini, numeri e notizie. Che cosa rischiamo di non vedere? Quali aspetti della vita quotidiana vorreste far conoscere meglio?
In verità della realtà quotidiana di Gaza si vede ben poco. Certo i social, Facebook e Instagram, veicolano molte informazioni, foto e video anche orrendi, ma alla ‘massa’ arriva quello che il ‘potere’ decide che possa passare: ovvero molto poco. La situazione nella Striscia è tragica – è praticamente rasa al suolo, trasformata in un’unica immensa tendopoli – e ora che arriverà l’inverno sarà ancora peggio. Prima il caldo torrido che trasforma le tende in un forno e poi fra poco il gelo della notte che impedisce il sonno. Le tende spesso crollano sotto le raffiche di vento e pioggia. Ci sono grossi ratti che girano indisturbati fra i liquami, dato che le fognature non esistono più, e mordono nel sonno i bambini. E poi ancora: la difficoltà di procurarsi cibo e vestiario, la mancanza di adeguati servizi igienici e acqua potabile, l’assenza di qualsivoglia privacy. Ecco la vita quotidiana dei palestinesi oggi è una lotta continua per la sopravvivenza ma loro caparbiamente resistono e noi cerchiamo di darne testimonianza.
Nel vostro lavoro avete incontrato persone o vissuto situazioni che vi hanno particolarmente segnato? C’è un episodio che possa aiutare a comprendere la realtà umana dietro le notizie?
Dopo ormai oltre 25 anni di attività è difficile dare una risposta, come già detto stante l’attuale situazione genocidaria, siamo stati costretti a sospendere la pratica dell’adozione a distanza, ma personalmente ricordo con emozione, affetto e orgoglio le migliaia di bambini e bambine che la nostra associazione ha sostenuto, spesso da quando avevano pochi anni fino a vederli adulti. Oggi mi ha commosso, ma è solo un esempio, vedere la gioia incontenibile dei bambini della tendopoli di Mawasi (quasi tutti scalzi) per un paio di scarpe che abbiamo distribuito lo scorso inverno.
Quali sono oggi i bisogni più urgenti delle comunità che seguite? E quali rischiano di rimanere meno visibili?
Attualmente la priorità, oltre ovviamente alla distribuzione di cibo, pane e kit igienici per le donne (pensate un momento cosa voglia dire essere una donna ed avere le mestruazioni in una situazione del genere) è l’acqua. Infatti abbiamo finanziato l’acquisto di una autobotte e lo scavo e la messa in opera di due pozzi con l’obiettivo di farne altri se riusciremo a raccogliere fondi.
Perché avete scelto di sostenere le scuole di Gaza? Che cosa rappresenta la scuola per un bambino che vive in una situazione di guerra e precarietà?
Attualmente sosteniamo 11 scuole-tenda. Alcune aule sono state create ‘ristrutturando’ vecchi stanzoni ancora in piedi, molte sono sotto le tende, sparse in varie località della Striscia. Sono classi di scuola materna ed elementare. Per oltre due anni i bambini e le bambine palestinesi hanno visto negato il loro diritto allo studio, alla socialità, al gioco. Per loro solo bombe e distruzione, alcuni hanno perso un genitore o entrambi. Quasi tutti erano traumatizzati, molti non riuscivano neanche più a parlare. Ecco, le nostre scuole-tenda sono un piccolo contributo al loro diritto alla vita, all’istruzione, al gioco. Le scuole funzionano molto bene anche grazie alle maestre, veramente bravissime, quasi tutte insegnanti delle ex scuole dell’UNRWA.
Se un lettore decidesse di contribuire alla nostra raccolta fondi, che cosa potrebbe concretamente realizzare la sua donazione? Potete farci qualche esempio?
Rifacendomi a quanto detto sopra attualmente i fondi da noi raccolti sono destinati alla distribuzione di pane, acqua potabile, kit igienici, alle scuole e ai pozzi, sia quelli attuali che quelli futuri che speriamo di poter finanziare. Lo scavo di un pozzo non è cosa da poco e ha costi consistenti. LA TRASPARENZA Per le donazioni la nostra Associazione opera esclusivamente tramite bonifico bancario. Abbiamo un conto corrente presso la Banca Etica di Roma. Non usiamo piattaforme tipo Gofundme o Paypal. Il trasferimento avviene ovviamente sempre tramite la Banca Etica ed in loco i nostri referenti sono associazioni palestinesi riconosciute e operative da anni. Ogni mese pubblichiamo sulla nostra pagina Facebook un resoconto dettagliato dei fondi trasferiti, del destinatario e dello scopo del trasferimento. Inviamo mediamente oltre ventimila euro al mese per coprire i vari progetti in essere
Quale responsabilità hanno oggi le realtà che si occupano di narrazione e comunicazione nel raccontare le sofferenze e le ingiustizie del mondo?
E’ una domanda a cui non è facile rispondere, almeno in modo esaustivo. La narrazione come si suol dire main stream su Gaza ha molte colpe: occulta, ignora volutamente e, se proprio non può farlo, la distorce. Questo vale anche per quanto sta accadendo a Cuba dove manca tutto, acqua, medicinali, carburante a causa di un embargo omicida. Per fortuna crepe si aprono ogni giorno in questo muro di omertà grazie all’impegno di tanti e tante che, come diceva Vittorio Arrigoni, continuano caparbiamente a restare umani.
Se poteste parlare direttamente a chi oggi guarda Gaza da lontano, magari sentendosi impotente e senza sapere che cosa fare, che cosa vorreste dirgli?
Gli direi: ognuno di noi può fare qualcosa per Gaza e la Palestina tutta, anzitutto parlarne, non fare che ‘la banalità del male” abbia il sopravvento. Gazzella, rispetto ad altre realtà è una piccola cosa, ma come diceva Marisa Musu a noi piace fare le piccole cose.