Caricamento delle storie…
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Archivio del presente
1. Da dove parti
Prima dei social, del pianoforte e dell’Africa, com’era il Pietro adolescente? Eri un ragazzo “come tutti” o già in controtendenza?
Normale non lo sono mai stato, ma non per scelta. Non volevo fare l’alternativo e non mi sento “fuori dal coro” in senso nobile: semplicemente non ho mai trovato il mio posto nello standard, e l’ho patito, e in parte lo patisco ancora. Il mio essere controcorrente è stato soprattutto una ricerca continua di benessere, spesso imboccando strade sbagliate che non si integravano con gli altri e mi lasciavano solo, a volte per colpa mia. Però quella ricerca mi ha dato un enorme bisogno di arte, e mi ha fatto viaggiare.
Dopo il diploma mi sono iscritto a Comunicazione interculturale, con l’idea di arrivare all’antropologia e poi all’etnomusicologia. Intanto viaggiavo con pochissimi soldi, spesso da artista di strada: mi portavo la chitarra e suonavo per pagarmi quello che serviva per dormire e restare in giro. In quegli anni sono partito anche per le prime missioni umanitarie, con tutta l’inconsapevolezza di un ragazzo che non sa cosa lo aspetta. Poi è arrivato il Covid: niente viaggi, niente strada, niente missioni. Ho iniziato a fare video per non morire di noia, ed è esploso tutto. Ma non ho mai smesso di viaggiare, e penso che non smetterò mai.
2. Il momento della scelta
Qual è stato il primo episodio o incontro in cui hai capito che la tua vita poteva andare in una direzione diversa da quella che ci si aspetta dai ragazzi della tua età?
Non c’è stato un episodio preciso, e non è una posa. Ho sempre guardato con ammirazione le vite “standard”: il mio migliore amico ha fatto il liceo senza mai essere bocciato, a differenza mia, poi l’università, e adesso lavora in quello che ha studiato. Io quel percorso l’ho quasi sperato. Sono diverso, ma spesso in negativo, e la mia strada è venuta di conseguenza, con errori e scelte giuste così intrecciati che non mi sono mai accorto di aprire una sliding door.
Col senno di poi, la prima è stata cominciare le missioni umanitarie con un egoismo che non ho paura di ammettere: lo facevo per me. Mi ha aperto un sacco di porte: persone, mondo, bambini, lingue, valori. La seconda è stata il Covid, con i social che a un certo punto sono diventati remunerativi e mi hanno fatto prendere il primo affitto e andare via di casa molto presto. Anche lì, tutto così naturale che quasi non me ne sono accorto. Non penso di essere più speciale degli altri: ognuno ha il proprio percorso, e il mio, per quanto fuori dagli schemi, ha tanti simili. Sono uguale ai diversi.
3. Il tuo motto: la felicità è una scelta
Cosa intendi davvero? Come si distingue la felicità materiale da quella interiore, e quando l’hai capito sulla tua pelle?
È una provocazione, e lo so. Detta da me, bianco, etero, cis, nato dalla parte giusta del mondo, non vale niente: la risposta giusta sarebbe “piacere al cazzo che per te è una scelta”.
La frase nasce in contesti di guerra, e nel reparto oncologico, con bambini che hanno ogni diritto di essere tristi. Il fatto che qualcuno stia peggio di me non dequalifica la mia tristezza, ma vedere persone in condizioni oggettivamente più dure di quanto io possa immaginare (io lì ci sto qualche mese, poi torno a casa) mi ha mostrato che si può creare la felicità, e che anche quando le condizioni sono oggettivamente avverse, è intrinseco in noi quantomeno cercarla.
A Kitutu, in Congo, per un censimento sull’infanzia nelle miniere d’oro e di coltan, quei bambini sembravano deumanizzati. Ti veniva da pensare che non potessero permettersi di essere felici. Eppure, prima ancora di costruire una scuola o un progetto di emancipazione, bastava cantare una canzone tutti insieme e tornavano bambini, che piangono e ridono tutti nella stessa lingua. Da lì ho deciso di tirare fuori una provocazione: la felicità è una scelta. Certo non è universale, una persona in depressione non può “scegliere” di essere felice, ma è, appunto, una provocazione, una frase autoriferita, un invito a trovare il bello nelle piccole cose. È una banalità, e mi piace che lo sia.
Ed è una forma di felicità più bella dell’altruismo cieco, quasi proto-cattolico, con cui cresciamo: quello del rinunciare a tutto per gli altri. È molto più bello e concreto trovare la propria felicità nella felicità altrui.
4. Korogocho, le zone di guerra, il reparto oncologico
Racconta un volto, una scena, un bambino che ti è rimasto dentro. Cosa ti hanno insegnato loro che nessuna scuola ti aveva insegnato?
Un viaggio ti apre la mente. Una missione umanitaria è un viaggio in cui la tua utilità è così evidente da tatuarti, in modo molto più incisivo, anche perché una missione raramente è spot: non ci si limita a entrare, lavorare e andare via; nella maggior parte dei casi si torna negli stessi posti, si seguono per anni gli stessi bambini, che diventano ragazzi.
A Korogocho ho lavorato con Una Mano per un Sorriso dentro la discarica di Dandora. I bambini che abbiamo tirato fuori da lì vanno a scuola, e li ho visti crescere, imparare, emanciparsi.
Come in Congo e Ruanda con Okapia, dove i progetti scolastici hanno un impatto tangibile, o come in Palestina con il coro di Amuaj, che attraverso la Musica di un coro, appunto, ha fatto si che i bambini di Hebron potessero uscire dalla Palestina per una tournée europea, qualcosa con un significato e una potenza difficili da spiegare.
5. Il beneficio nascosto
Cosa ricevi tu da queste scelte? Quando “dare” diventa anche “ricevere”?
Bisogna invertire la retorica. Siamo abituati a pensare che chi fa missioni sia un grande altruista, un po’ San Francesco, che dà e poi “scopre” di ricevere tanto. Secondo me l’altruismo, come viene raccontato, non esiste. Io vado in missione perché ne ho bisogno: di scappare, di stare con i bambini, di ascoltarli, di vivere le loro risposte. È egoismo, ma positivo: non cura il mio orticello a discapito di quello degli altri, lascia indubbiamente tracce di bene, ma in primo luogo si riceve, e contemporaneamente si dà.
Per questo non mi piace la parola sacrificio. Qualcosa si sacrifica, certo, ma suona come “io sono il migliore del mondo”, ed è una cazzata: sono una persona con un sacco di problemi e di difetti, e andare in missione non mi rende migliore, mi rende solo onesto sul bisogno che ho. Credo che siamo un po’ tutti così. È solo una retorica difficile da smontare.
6. La musica come ponte
Perché il pianoforte? Cosa riesce a dire una nota dove le parole falliscono, soprattutto con un bambino che soffre?
Il pianoforte non l’ho scelto con razionalità, semplicemente mi permetteva di approcciare la musica come serviva al mio cervello. Non ho mai studiato strumento, e infatti sono impreciso e suono molto peggio di chi ha fatto il conservatorio.
Ho un buon orecchio, ascolto la musica con molta attenzione, e il pianoforte mi ha permesso da piccolo di tradurla in qualcosa di concreto immediatamente, senza bisogno di studiare e con una semplicità disarmante: i suoni bassi stanno giù, gli alti su, premi un tasto e funziona. In un violino devi imparare a tenere l’archetto anche solo per farlo suonare, nel sax devi imparare a usare il fiato per restare intonato, il pianoforte, appena premi, suona. Non dico che sia uno strumento semplice: lo è per come lo suono io.
E non direi che una nota riesca dove le parole falliscono. Direi che la musica esiste dove io non so spiegare. Non sono molto bravo a parlare, e se dovessi raccontare come sto quando sono triste non ci riuscirei a parole, mentre con la musica sì. Con i bambini, poi, la musica ha mille usi diversi, da quelli terapeutici (la musicoterapia, appunto), con un obiettivo preciso verso quel bambino, ai contesti di guerra in missione, dove invece ci si occupa di scolarizzazione e di recupero del senso del gioco, cioè di far tornare un bambino a essere bambino: lì la musica è gioco, lezione, prospettiva, non terapia.
7. Contro la corrente
Molti coetanei inseguono status, competizione, successo individuale. Ti sei sentito controcorrente? Hai dovuto rinunciare a qualcosa, e ti hanno mai giudicato “ingenuo”? C’è stato un momento in cui hai pensato di mollare?
È quasi commovente che dai social si pensi che io non insegua status, competizione e successo individuale: dimostra quanto i social deformino la realtà. Sono un luogo dove siamo tutti personaggi. Il mio si chiama come me e mi somiglia al cento per cento, ma esalta i miei lati positivi: entusiasmo, serenità, spensieratezza. Sono veri, certo, ma sono solo un lato della medaglia.
Il Pietro vero, quello che non è alto sette centimetri su un telefono, ha i difetti e le contraddizioni di una persona qualsiasi. Cado nella competizione, inseguo lo status, ho spesso la sindrome dell’impostore. A una cena tra amici, per esempio, mi capita di accorgermi, a un certo punto, di non aver fatto una sola domanda agli altri, pur interessandomi tantissimo a loro, perché l’insicurezza mi spinge a sovrappormi. Me ne accorgo dopo e me ne pento, ma questo dimostra che non sono certo il santo che non insegue status, competizione e altri caratteri “negativi” che tutti abbiamo.
Controcorrente sembra quasi un termine positivo a prescindere; più spesso mi sono sentito inadeguato, e ancora oggi insicuro. Non mi hanno mai chiamato ingenuo; egocentrico sì, ed è vero: un egocentrismo di necessità, avevo bisogno di essere visto.
Per questo “mollare” è sempre dietro l’angolo:
Quando un percorso di esposizione mediatica nasce dal bisogno intrinseco e tossico di essere visti a tutti i costi, nell’istante in cui quel bisogno viene meno (con un percorso di terapia, per esempio), l’esposizione mediatica perde il senso che aveva all’inizio, e ti restano in mano solo i lati negativi e faticosi. L’aver trasformato questa notorietà in uno spazio divulgativo è ciò che ancora mi ci tiene aggrappato, ma ammetto di averne sempre più paura.
8. I social: vetrina o strumento?
Con milioni di follower, come eviti che il bene diventi esibizione? Come usi questa visibilità per portare altri ragazzi verso l’impegno?
Non penso di essere in grado di cambiare la vita di nessuno né influenzare le scelte altrui. Quando qualcuno mi scrive “sono partito in missione perché ho visto te”, mi riempie di gioia, certo, ma per lui e per chi incontrerà, non per orgoglio. Quel desiderio e quella necessità ce li aveva già dentro, magari vedendomi ha solo capito che era possibile.
Come evito che il bene diventi esibizione? Non lo so con certezza. Ho 27 anni, non ho risposte per la maggior parte delle domande che ho, e ho iniziato questo percorso a vent’anni, quindi ancora più ragazzino e più inconsapevole di adesso. Quello che mi protegge sicuramente sono i valori che mi ha passato la mia famiglia e che ho consolidato tra le missioni e il resto della vita: valori pedagogici, rispetto per l’infanzia, niente bambini esposti in un certo modo, niente pietismo che porta numeri molto più alti, ma fa schifo, perché lede la dignità dei bambini. Errori di comunicazione ne faccio comunque, ma restare aderente a quei valori è un argine che sicuramente aiuta a non incorrere in questo errore.
9. Un messaggio ai ragazzi di oggi
Cosa diresti a un sedicenne che sente solo individualismo, esclusione e rabbia attorno a sé? Da dove può iniziare, concretamente, domani mattina?
Forse a questa domanda dovrebbe rispondere uno psicologo o un pedagogista, qualcuno più qualificato di me. Il mio consiglio è: viaggia. Parti, vattene, scopri, fuggi. Non è sempre facile né sempre accessibile, ma non è nemmeno così costoso o impossibile come si pensa: si può scoprire il mondo con pochissimo. Non so quanto questo consiglio sia giusto dal punto di vista pedagogico, ma è quello che farei io.
10. E adesso?
Dopo il libro e lo spettacolo teatrale, quali sono i tuoi progetti e i tuoi sogni? Cosa speri per la generazione che viene dopo?
Vorrei che i documentari diventassero qualcosa di più vero. Sto realizzando una serie sugli animali che usano la musica per comunicare tra loro, e mi piace moltissimo: da piccolo volevo fare Piero Angela, e così un po’ ci sto riuscendo. È un progetto divulgativo in cui credo e che mi rende felice, ma è complicatissimo da portare avanti a livello economico, quindi vivo nel dondolio tra l’aver trovato una delle tante strade percorribili nel futuro e la grande difficoltà a percorrerla davvero. A gennaio ricomincia il tour degli spettacoli sulla musica, e non vedo l’ora, perché stare sul palco mi piace tantissimo.
Per la generazione che viene dopo sono un po’ disilluso, non verso i ragazzi del futuro, per carità, ma verso la piega che ha preso il mondo. Spero che la cultura torni protagonista, e non solo per il discorso ormai retorico che “studiare rende liberi”, ma perché la cultura è l’unico strumento vero che abbiamo contro la guerra: un popolo senza strumenti è più facile da controllare; uno che ha studiato sa farsi valere e scegliere, e non cade nella retorica fascista e deprimente che vedo in questo momento. Spero in una presa di posizione importante in questa direzione. Spero nella cultura.