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L’obbedienza non è più una virtù
Pubblicata il 16 ottobre 2026 alle ore 12:23 da Antonio Salzano

Archivio del presente

Dopo oltre sessant’anni le parole e le azioni del prete di Barbiana sembrano aleggiare sulle onde sempre più grandi dei giovani francesi, spagnoli, tedeschi, e su altri timidi segnali in diverse parti d’Europa. Certa informazione cerca a tutti i costi di circoscriverne le ragioni all’istruzione o alla crisi abitativa, nascondendo le motivazioni che più scuotono le coscienze e alimentano la rabbia di quell’immenso fiume di giovani: le scellerate politiche belliche europee e la corsa al riarmo, sostenuta da ridicoli allarmismi frutto di una precisa strategia della tensione che, finora, la stragrande maggioranza delle popolazioni europee sembra aver recepito poco.

Migliaia di giovani in Germania si schierano contro la leva obbligatoria; in Francia sono oltre quattrocentomila, impegnati da giorni, tra continue e violente cariche della polizia, a prendere le distanze da politiche bellicistiche dettate prevalentemente da interessi economici e da un’economia di guerra che inevitabilmente li coinvolgerebbe, stravolgendo vite e affetti, spegnendo sogni e speranze già compromessi da società non più a misura d’uomo, dove gli interessi di pochi condizionano e opprimono le aspettative di donne, uomini e soprattutto di giovani, disorientati in un marasma generale – mai casuale – frutto di un’architettura criminale e perversa.

Al rifiuto categorico dei giovani di farsi coinvolgere in un possibile conflitto si contrappone uno strano silenzio dei governi, con l’eccezione di quello tedesco, che ha inviato ai diciottenni un questionario con risposta obbligatoria per ampliare, per ora, gli organici dei volontari. La scarsa adesione, però, ha generato il timore di un ritorno alla leva obbligatoria.

Ai ragazzi francesi non è servita alcuna lettera per capire che la mancanza di politiche per l’istruzione e di impegni di spesa per la scuola fosse l’ennesimo segnale di una strategia in atto nel Paese, con obiettivi ben diversi, che li vedrebbe sacrificati a un destino finora conosciuto solo attraverso la storia. Una presa di coscienza e una mobilitazione che non lasciano spazio a false interpretazioni.

Alla rivolta francese partecipano anche i giovani delle banlieue, territori notoriamente segnati da disagio ed emarginazione sociale, dove le disuguaglianze, intrise di razzismo, negli ultimi anni sono sfociate in vere e proprie rivolte.

Singolare quanto accaduto nel nostro Paese, al momento dormiente. La segretaria nazionale dei giovani del Partito Democratico, partito notoriamente pronto a votare qualsiasi provvedimento per forniture di armi e risorse economiche a Ucraina e Israele, dal palco della festa dell’Unità a Reggio Emilia ha interrotto la quiete dei presenti urlando, tra l’altro, a chiare lettere: non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Perché noi organizzeremo i disertori. Apprezzabile, encomiabile, ma c’è da chiedersi dove fosse la coraggiosa segretaria a giorni alterni quando i parlamentari del suo partito votavano quei provvedimenti. Forse un dettaglio, e ci auguriamo di registrare atti conseguenti. Intanto è calato il silenzio assoluto, nel partito e da parte della giovane segretaria, di cui al momento non si hanno più notizie: meglio non rinfrescare troppo la memoria.

In un clima complice di silenzio e indifferenza generale, facilmente riscontrabile nella vita di tutti i giorni, la voce dei giovani suona chiara e forte ancora in poche parti del continente; altrove si sovrappone o si affianca ad altri temi caldi: la crisi abitativa, il lavoro, la sanità, il caro-vita. Il bersaglio è una classe dirigente impegnata a indirizzare armi e risorse pubbliche verso paesi in guerra e, peggio, al servizio di un genocidio ancora in atto: fiumi di denaro per riempire arsenali, folli progetti di bunker propedeutici a un conflitto in parte già in atto e pianificato nei dettagli.

Silenzio e indifferenza di una generazione responsabile di quanto accade, ma anche di gran parte di una gioventù afflitta da una sconfortante cecità su ciò che avviene nel mondo: disuguaglianze, razzismo viscerale, assenza totale di una progettualità che impedisca la fuga dei circa centomila giovani che ogni anno lasciano il nostro Paese. Sono temi che richiederebbero uno scatto, una più che opportuna ribellione, evocata più volte perfino da Papa Bergoglio contro ingiustizie, guerre e consumismo sfrenato, favorito dal consenso di una generazione di genitori immersi nel vortice del profitto, unico valore di riferimento da godere e trasmettere.

Al momento la sola, enorme onda è quella della gioventù francese che attraversa le piazze parigine, tra cariche e arresti, con canti colmi di un entusiasmo che fa ben sperare in un contagio e in una presa di coscienza capaci di estendersi a macchia d’olio, prima che sia troppo tardi. La macchina dell’affarismo bellico è in moto da tempo, e con essa la strategia della tensione e la patologica cultura dell’indifferenza che sembra aver contagiato tutta la tanto decantata civiltà occidentale. Degrado sociale e politico, egocentrismo e individualismo richiedono una mobilitazione in tutte le forme possibili; per ora l’unico timido baluardo è quello di giovanissimi, coraggiosi ribelli, cui va tutta la nostra ammirazione e il nostro sostegno.

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