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NAPOLI, CITTÀ IN VENDITA
Napoli è forse l’ultima delle grandi città europee e italiane ad avere ancora nel centro storico significative fette di ceti popolari. Altrove l’espulsione è già avvenuta: interi quartieri hanno cambiato conformazione architettonica e soprattutto sociale, con una sostituzione dei residenti che sta tutta dentro l’etimologia della parola gentrificazione.
Il termine inglese deriva da “gentry”, la piccola nobiltà, oggi l’alta borghesia; “gentrification” sta per imborghesimento. Secondo Raffaella Setti dell’Accademia della Crusca: «non sembra essere stato cercato un termine italiano diverso perché è un termine che comprende due fenomeni collegati, ma distinti: la riqualificazione immobiliare e urbanistica di un quartiere e la trasformazione radicale della composizione sociale con la sostituzione dei vecchi residenti…».
Riqualificare un’area senza mutarne la morfologia sociale sarebbe possibile, ma verrebbe meno l’interesse dei grandi capitali a speculare sui prezzi d’acquisto bassi e su quelli alti di vendita, post ristrutturazione.
Fino a qualche decennio fa il centro storico era fatto di “palazzi sociali” o “palazzi microcosmo”: ai piani bassi i ceti popolari, nei “bassi” addirittura i sottoproletari, ai piani alti la media e alta borghesia. Ricchi e poveri convivevano, divisi solo dall’altezza dell’appartamento. Il declino è cominciato col terremoto del 1980 e nell’ultimo decennio ha assunto proporzioni vistose.
Una città che si svuota
Napoli resta la terza città d’Italia, ma passa dai 948.850 residenti del 2019 a circa 909.000 (ultimo dato Istat), con rilevazioni più recenti attorno ai 903.000. Sono 40-45mila residenti in meno in meno di sette anni: come una cittadina intera. Il calo demografico non basta a spiegarlo, perché lo scarto tra nati e morti è di circa 3.000. Pesano invece gli sfratti, passati in dieci anni da 1.300 a oltre 10.000.
La leva è stata il boom turistico: nel 2025 oltre 20 milioni di visitatori, di cui 15 milioni di presenze turistiche, con il 2026 già in tendenza superiore. Ci soffermeremo su due effetti: la trasformazione urbanistico-sociale, cioè la gentrificazione, e l’impatto sull’occupazione.
Prima, però, una premessa sul tipo di turismo. La permanenza media è di tre giorni, spesso comprensivi del viaggio: troppo pochi per apprezzare anche solo in parte i capolavori d’arte, archeologia e cultura della città. Eppure cresce l’attrazione per gli aspetti più folcloristici: la limonata a cosce aperte, il rito del sale e dei cornetti contro il malocchio, i tour dei Quartieri Spagnoli farciti di gag e banalità. Fa piacere che dopo decenni di assenza di turismo, luoghi comuni e denigrazioni la città venga finalmente riscoperta. Ma quella in vendita non è Napoli: è la sua caricatura, fatta ad arte per vendere di tutto, dalla maglia di Maradona alle calamite, dal cibo di strada al posto letto.
La gentrificazione
Il processo si concentra nel centro storico, dove un appartamento residenziale su sette è interamente adibito all’affitto breve e uno su quattro è coinvolto in qualche modo nell’attività turistica. Le unità abitative legalmente coinvolte sono stimate in 16.633, quasi il doppio del 2017 (+98,6%). Le offerte su piattaforme come Airbnb erano 1.288 nel 2016 e dieci anni dopo sono quasi 11.000, nonostante lo stop della pandemia. Non stupisce che da due anni Napoli sia prima in classifica per le vendite immobiliari “ad uso investimento”.
Chi sono i protagonisti economici? Lo studio di Airmap con il Politecnico di Torino dice che tra il 2017 e il 2024 il volume d’affari su Airbnb è cresciuto del 370%, superando i 188 milioni di euro. Le notti prenotate nel 2024 hanno superato 1,7 milioni (+203,9% sul 2017) e i posti letto sono circa 62.800: l’offerta è raddoppiata, e Napoli è il quarto comune italiano per numero di annunci.
Il dato decisivo, però, è chi gestisce. Dopo una prima fase di proliferazione dei piccoli proprietari, Napoli ha visto accelerare i large host, cioè chi gestisce più di dieci unità: le loro unità sono cresciute del 315% tra 2017 e 2024, contro il 136% della media nazionale. Nello stesso periodo le unità per large host sono passate da 8,1 a 17,6 a testa, mentre per small e medium host sono rimaste quasi invariate (1,2 e 3,6-3,8). I large host gestivano il 7% delle unità nel 2017 (573) e il 14% nel 2024 (2.379). Medium e large insieme superano ormai gli small.
Chi incassa su Airbnb a Napoli (2024)
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Quota host |
Quota unità |
Ricavi |
Quota ricavi |
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Small (1-2 unità) |
77,3% |
46% |
74,2 mln € |
39,6% |
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Medium (3-10) |
21,1% |
40% |
81,9 mln € |
43,7% |
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Large (oltre 10) |
1,6% |
14% |
31,3 mln € |
16,7% |
Crescono così in parallelo due tendenze: la trasformazione degli appartamenti in affitti brevi e la concentrazione, anche in questo settore, a favore di chi ha dimensioni più grandi. Proprio secondo la definizione di gentrificazione enunciata all’inizio.
Gli effetti sociali sulla forza lavoro
La trentennale scomparsa dei presidi industriali, a est e a ovest della città (San Giovanni, Bagnoli), ha prodotto una terziarizzazione forzata e ridotto la forza lavoro organizzata e sindacalizzata, a vantaggio di un lavoro precario, stagionale, sottopagato e senza diritti: quello offerto dalle attività legate al turismo e ai grandi eventi.
Nel 2024 gli occupati a termine sono cresciuti dell’11,6%, mentre i lavoratori a tempo indeterminato hanno subìto una lieve flessione (-0,3%). Ma a fare la vera differenza è il lavoro nero e irregolare, tra il 18 e il 20%. E questo è solo il dato statistico: la realtà è drammaticamente peggiore. I settori più coinvolti sono il commercio al dettaglio, la ristorazione (dallo street food ai pluristellati), i bar e le paninoteche, il turismo legato ai beni culturali, con guide e associazioni che monopolizzano chiese e siti archeologici, i gadget e i souvenir, l’indotto dei B&B con pulizie e cambio biancheria. Un fiorire di nuove figure a basso valore aggiunto, supersfruttate e difficilmente organizzabili, perché atomizzate in centinaia di piccolissime imprese.
Lavoratori e lavoratrici, spesso immigrati, vivono sempre più difficilmente in città: scacciati da fitti insopportabili o costretti ad ammassarsi in bassi e scantinati, tanto indecenti da non poter diventare nemmeno B&B. Come in altre metropoli europee, casa e sanità diventano terreni di unificazione delle rivendicazioni, in assenza della possibilità di farlo sui posti di lavoro.
In conclusione, la gentrificazione non produce ricchezza diffusa, ma solo nuove povertà, nuove forme di sfruttamento ed espulsione dalle città. Napoli ci arriva in ritardo rispetto ad altre città, ma su un corpo sociale già provato e che non tarderà a produrre risposte, come il movimento “Campagna Resta Abitante”, che il 13 novembre organizza una grande mobilitazione per la casa e contro gli sfratti.
Insomma, gentrificazione? No, grazie.