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Naza
Pubblicata il 8 ottobre 2026 alle ore 08:28 da Ernesto Aufiero

Palestina

Due minuti.
Gli ultimi due minuti di NAZA sono gli unici trascorsi a Gaza.
Due minuti di luce, di macerie, di morte.
Due minuti tremendi.
Tutto il resto accade al buio, sulle terrazze di Tel Aviv, mentre una città continua a vivere, mangiare, dormire, accendere le luci nelle proprie case.
È forse questa l’immagine più feroce del film.
Yuval Abraham e Rachel Szor, gli autori di *No Other Land*, non mostrano la guerra. Fanno qualcosa di più disturbante: lasciano parlare chi la fa.
Ventiquattro soldati israeliani e uomini dei servizi segreti raccontano.
Volti nascosti, voci alterate, nessuna musica, nessuna retorica.
Solo parole.
Parole che descrivono una macchina nella quale l’uomo scompare e rimane il bersaglio.
Il montaggio è quasi inesistente. La macchina da presa indugia sui palazzi di Tel Aviv, sulle finestre illuminate, sulle vite tranquille di chi sta dall’altra parte. Una casa. Una finestra. Una famiglia. Una sera qualunque.
Dall’altra parte, Gaza.
Il film non la mostra quasi mai.
Non ce n’è bisogno.
Le immagini le abbiamo già viste.
Le abbiamo viste così tante volte da aver rischiato di trasformare l’orrore in paesaggio.
È questo, forse, il vero tema di *NAZA*: l’anestesia.
Anestesia delle coscienze. Anestesia delle parole. Anestesia davanti alla morte.
Gli intervistati raccontano cose terribili con una normalità che finisce per essere più agghiacciante delle immagini. C’è chi si giustifica. Chi dice di avere eseguito ordini. Chi parla di dovere. Chi ammette il proprio disagio. Chi sembra avere smesso da tempo di porsi domande.
E intanto, fuori dalla finestra, Tel Aviv continua a vivere.
È qui che torna Goya: “Il sonno della ragione genera mostri.”
Ma i mostri di “NAZA” non hanno bisogno di sembrare mostri. Hanno una divisa, un ruolo, una procedura. Hanno un linguaggio preciso. Hanno persino delle parole per rendere accettabile l’inaccettabile.
Effetto collaterale.
Due parole apparentemente innocue dietro le quali può sparire un bambino.
Un civile.
Una famiglia.
Un essere umano.
La mostruosità sta anche qui: nell’avere trasformato la morte in una voce di sistema, in una conseguenza prevista, calcolata, assorbibile.
NAZA racconta una macchina che sembra non distinguere più tra combattente e civile, adulto e bambino, minaccia e semplice presenza. Non importa chi sei. Puoi diventare un bersaglio.
E allora quelle due parole, effetto collaterale, diventano insopportabili.
Perché un bambino morto non è un effetto.
È una vita cancellata.
Se lo scorso anno Venezia ci aveva costretto ad ascoltare la voce di Hind Rajab, quest’anno NAZA ci costringe ad ascoltare l’altra parte dell’orrore: non quella di chi muore, ma quella di chi racconta come si uccide.
Ed è una voce terribilmente calma.
Forse è proprio questo che fa più paura.
Perché quando l’orrore viene raccontato urlando, almeno lo riconosciamo.
Quando viene raccontato con calma, mentre le finestre di una città continuano a illuminarsi una dopo l’altra, il rischio è molto più grande.
Che l’orrore diventi normale.
E che, mentre qualcuno muore, qualcun altro possa semplicemente chiudere la finestra e andare a dormire.

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