Caricamento delle storie…
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Archivio del presente
Storie ordinarie di pregiudizi quotidiani
Perché giudichiamo le persone in modo diverso?
Quando osserviamo il comportamento degli altri, tendiamo spontaneamente a cercarne una spiegazione. Ma non sempre utilizziamo gli stessi criteri.
Se una persona a cui siamo legati si mostra sgarbata o poco disponibile, ad esempio, siamo più propensi a considerare le circostanze: forse sta attraversando un momento difficile, è sotto pressione o ha avuto una giornata complicata. Se lo stesso comportamento proviene da qualcuno che percepiamo diverso da noi o semplicemente poco affine siamo invece più inclini ad attribuirlo alle sue caratteristiche personali: è arrogante, maleducato, insensibile.
Il comportamento è lo stesso. A cambiare è la nostra interpretazione.
In psicologia, questo meccanismo si chiama bias di attribuzione, una distorsione cognitiva che influenza il modo in cui interpretiamo le cause dei comportamenti altrui.
Così, per alcuni cerchiamo spiegazioni. Per altri, abbiamo già formulato un giudizio.
Riconoscere questa tendenza non significa giustificare qualsiasi comportamento, ma imparare a distinguere ciò che osserviamo dalle interpretazioni che vi attribuiamo.
Tutti abbiamo dei pregiudizi. Si nascondono nei piccoli gesti, nelle parole, nelle interpretazioni che diamo per scontate. Non sempre possiamo evitarli, ma possiamo imparare a riconoscerli. Come nella prossima piccola storia quotidiana.
Sono tutti miei figli
Alle cinque meno dieci il cortile della scuola è già affollato. Ci sono madri che si salutano con la confidenza di chi ha condiviso anni di concerti natalizi, compiti dimenticati e messaggi su WhatsApp. Altre aspettano in disparte, il telefono in mano. Tante madri, pochi padri. Come sempre.
Marina arriva con il passo deciso di chi sa già quello che dirà. Da giorni non pensa ad altro. Un ragazzo ha dato un pugno a un compagno durante la ricreazione, davanti a tutti. Sua figlia glielo ha raccontato appena tornata a casa.
Marina continua a immaginare la scena. E ogni volta il pensiero è lo stesso: E se la prossima fosse mia figlia? Chi ci sarà a proteggere la mia piccola?
Non è una donna aggressiva, Marina. Almeno, non si considera tale. È una madre attenta, una persona concreta. E questo è un problema che qualcuno deve risolvere.
Nella chat dei genitori negli ultimi giorni la discussione è diventata sempre più accesa. C’è chi chiede provvedimenti immediati, chi minaccia di rivolgersi al dirigente, chi sostiene che la scuola sta facendo troppo poco.
«Qui bisogna essere adulti responsabili», ha scritto Marina.
Molti hanno approvato.
Entra nella classe 3B, si siede in seconda fila e appoggia sul banco un foglio piegato in quattro. Poche frasi sottolineate. Non vuole dimenticare niente.
Poco dopo arriva Anna. Anche lei ha letto tutti i messaggi. Anche sua figlia le ha raccontato del pugno. Non ha dubbi sulla gravità dell’accaduto. Eppure, qualcosa, nelle conversazioni degli ultimi giorni, la turba.
All’inizio si parla di ciò che Mohammed ha fatto. Poi, quasi senza accorgersene, si comincia a parlare di ciò che Mohammed è.
Chissà cosa vede a casa.
Con certa gente non si può ragionare.
Si comincia con un pugno, si finisce con un coltello.
Nessuno sembra sapere molto della sua famiglia. Eppure, tutti sembrano aver capito perfettamente che tipo di famiglia sia. Anna legge senza rispondere. Immagina già le reazioni degli altri genitori.
Ah, quindi per te non è successo niente?
E se fosse successo a tua figlia, cosa avresti fatto?
Così lascia perdere.
La riunione inizia con qualche minuto di ritardo. Il coordinatore parla dell’andamento della classe e dei progetti scolastici. Quando alcuni genitori accennano all’episodio, richiama gli interventi della scuola e la necessità di garantire un ambiente sicuro.
Marina sente salire l’irritazione. Ancora con questi giri di parole. Alza la mano.
«Io credo che sia arrivato il momento di essere chiari. Qui un ragazzo ha dato un pugno a un compagno. Durante l’orario scolastico. Bisogna prendere dei provvedimenti.» Qualcuno annuisce soddisfatto.
«Non possiamo aspettare che succeda qualcosa di più grave. Questo ragazzo deve essere allontanato.»
«Esatto!» interviene un padre dalla terza fila. «E vogliamo parlare dei genitori? Sono dei menefreghisti! Se si interessassero un po’ di più all’educazione del figlio, certe cose non succederebbero.»
Un brusio di approvazione attraversa l’aula.
Anna guarda l’uomo.
«Scusi, ma lei li conosce?»
«Chi?»
«I genitori di Mohammed.»
«No. E allora?»
«Niente. Mi chiedevo come facesse a sapere che sono menefreghisti.»
L’uomo allarga le braccia.
Anna rimane in silenzio.
Poi le viene in mente una cosa.
«Vi ricordate di Marco? Quello che l’anno scorso aveva tirato una sedia contro la porta e insultato la professoressa di matematica?»
«Sì, ma Marco aveva dei problemi in famiglia», interviene Marina. «I genitori si stavano separando. Era un periodo difficile.»
«Appunto.»
«Appunto cosa?»
«Per Marco abbiamo cercato di capire cosa gli stesse succedendo. Per Mohammed abbiamo già deciso la sua punizione.»
Marina scuote la testa.
«Non vorrai paragonare le due situazioni! Qui bisogna prendere provvedimenti seri.»
«Certo. Ma perché per uno cerchiamo delle spiegazioni e per l’altro abbiamo già tutte le risposte?»
Marina sospira.
«Senti, Anna, noi dobbiamo pensare ai nostri figli. Non possiamo sacrificare un’intera classe per un ragazzo.»
«Ma anche Mohammed è uno dei nostri ragazzi. Frequenta questa scuola.»
«E quindi? Dobbiamo tenercelo a tutti i costi?»
«No. Dobbiamo proteggere la classe e intervenire sui suoi comportamenti. Ma non vedo perché questo debba impedirci di provare ad aiutarlo.»
«Tu fai presto a parlare. Vorrei vedere se fosse tua figlia ad avere paura.»
Anna avverte il fastidio di quell’osservazione. Per un momento vorrebbe rispondere con la stessa durezza. Poi pensa a sua figlia, all’amicizia che la lega a Mohammed e al fatto che anche lei è turbata da quello che è successo.
«Se mia figlia avesse paura, pretenderei che fosse protetta. Senza esitazioni. Ma vorrei anche che imparasse a distinguere quello che una persona fa da quello che è.»
«Belle parole. Ma noi genitori dobbiamo essere adulti responsabili.»
Anna abbassa lo sguardo per un istante.
Adulti responsabili.
Pensa a quanto sia facile usare quelle parole quando si è convinti di avere ragione.
«Sono d’accordo», risponde. «Ma forse essere responsabili significa anche stare attenti a quello che insegniamo ai nostri figli mentre cerchiamo di proteggerli.»
Dal fondo dell’aula interviene un’altra madre.
«Scusate, ma qui si tratta della sicurezza dei nostri figli. Non perdiamo di vista il problema.»
La discussione riprende. Qualcuno propone provvedimenti disciplinari, altri chiedono maggiori controlli durante gli intervalli. Il coordinatore promette un aggiornamento entro la settimana.
Quando escono, è già buio.
Marina raggiunge un gruppo di genitori nel parcheggio. È soddisfatta. Finalmente hanno fatto sentire la loro voce.
Anna cammina verso la macchina da sola. Sentendosi profondamente sola. Prende il telefono e chiama la figlia.
«Ciao tesoro, abbiamo finito.»
«Com’è andata?»
«Abbiamo parlato di quello che è successo. La scuola prenderà dei provvedimenti. Tu come stai vivendo tutta questa storia?»
«Male, mamma. Sono arrabbiata con Mohammed per quello che ha fatto. Ma mi dispiace anche per lui. Adesso lo odiano tutti.»
Anna guarda attraverso il parabrezza. Nel parcheggio alcuni genitori stanno ancora parlando.
«Lo so, tesoro. È una situazione difficile.»
«Mamma?»
«Dimmi.»
«Ma secondo te una persona può fare una cosa davvero brutta senza essere una brutta persona?»
Anna rimane in silenzio per qualche secondo.
«Sì, amore. Credo proprio di sì.»
Riattacca e mette in moto.
Pensa che, in fondo, quella sera gli adulti hanno discusso a lungo su che cosa fare di Mohammed.
Sua figlia, invece, le ha appena ricordato che Mohammed è molto più di quello che ha fatto.