Caricamento delle storie…
Caricamento delle storie…


Scritto il 02/04/2025
Le parole Omar (Yuri Tuci): Sono Omar Nanni, ho 39 anni, 11 mesi e 6 giorni. Come professione voglio diventare un cantante famoso.
Irene (Matilda De Angelis): Tu non ce la puoi fare, prima lo capisci, meglio stai!
Chi lo ha diretto Greta Scarano, classe 1988, alla sua prima esperienza di regia, ma con una già lunga carriera di attrice di cinema e di televisione a partire dalla fiction “Un posto al sole”, stagioni 2007-2009 e vincitrice del Nastro d’Argento come Miglior Attrice non protagonista per il film “Suburra” nel 2016
Di che parla Ispirata alla storia vera di Margherita e Damiano, narrata nel libro “Mia sorella mi rompe le balle”, parla di Irene che, fuggita a Roma dalla sua famiglia disfunzionale, proprio alla vigilia di una svolta nella sua carriera di organizzatrice di eventi, viene richiamata a Rimini dai genitori per badare al fratello maggiore Omar, autistico. In poco tempo Irene imparerà, grazie alla relazione con Omar, tutto ciò che è indispensabile per vivere al meglio la sua vita.
Cosa ne penso Sono andato a vederlo con le mie due figlie piccole di 12 ed 11 anni: siamo usciti dal cinema tutti e tre entusiasti del film, allegri, ottimisti ed un po’ commossi. È un film dal tono leggero, dolcissimo: Greta Scarano con garbo ci racconta la quotidianità delle persone autistiche e le difficoltà esistenziali dei loro parenti stretti. Senza ricorrere ad alcun patetismo a proposito della disabilità, il racconto coinvolge, emoziona ed alla fine ci indica le coordinate di ciò che un po’ tutti cerchiamo alla cieca e in modo confusionario: la Felicità.
Da vedere assolutamente, Pier, 04.2025

Scritto il 01/03/2025
Le parole. Yuval il giovane israeliano che collabora con Basel dice: “Non so cosa farei, Basel, se fossi nella tua situazione. Non riuscirei ad avere quella speranza e quella forza che hai tu.” Risponde Basel. “Ci vuole pazienza, perseveranza.”.
Chi lo ha realizzato. Yuval Abraham, israeliano, classe 1995, giornalista, regista, traduttore, sceneggiatore e montatore, Basel Adra, palestinese, classe 1998, attivista, avvocato, giornalista, regista, sceneggiatore e montatore, Hamdam Ballali, palestinese, classe 1989, regista, Rachel Szor israeliana, regista, sceneggiatrice e direttrice della fotografia
Di cosa parla. Sprazzi e frammenti visivi di cinque anni (2019 al 2023), della epopea che oppone dal 1980 gli abitanti di Masafer Yatta all’esercito israeliano.
Masafer Yatta è un insieme di 19 villaggi palestinesi nella Cisgiordania meridionale sparsi in 30 kilometri quadrati, situati sulle colline a sud di Hebron, con una popolazione complessiva, nel 2022, di 1144 persone, la metà delle quali bambini.
Nei primi anni Ottanta l’esercito israeliano decise che la zona di Masafer Yatta sarebbe dovuta diventare un poligono di tiro per l’esercito. Da allora ha cercato con ogni mezzo di sfrattare i suoi abitanti palestinesi: radendo al suolo le case, i pollai, i bagni, le giostre per i bambini, sigillando con la calce i pozzi, sparando granate lacrimogene per disperdere le manifestazioni di protesta, utilizzando il sopruso e la violenza come costante della vita quotidiana di vecchi, uomini, donne e bambini.
Ma quello che le ruspe dell’esercito abbatteva, gli abitanti ricostruivano di nascosto: se necessario anche di notte.
Tutti i governi che si sono succeduti dall’80 in poi hanno consentito la costruzione di insediamenti di coloni a fianco delle case abitate o al posto di quelle rase al suolo di proprietà dei palestinesi, mostrando come la destinazione della zona come poligono di tiro fosse pretestuosa, buona solo per essere opposta nelle aule di giustizia alle legittime rivendicazioni dei nativi.
La conseguenza è che da anni gli abitanti di Masafer Yatta convivono quotidianamente con gruppi di coloni che irrompono di notte nelle case, distruggono o rubano beni personali e picchiano i residenti.
Ciò nonostante, la pazienza dell’intera comunità, quello che in arabo è il Sumud, spinge ad inventare mille soluzioni e espedienti per dare filo da torcere agli oppressori. Senza arrendersi.
Cosa ne penso La vicenda di Masafer Yatta è la stessa vissuta da tutti i villaggi e le città palestinesi all’indomani del 1948. Sempre e ovunque: prevaricazione, sopruso, violenza, utilizzo di tutti i metodi legali ed illegali per impadronirsi della terra o delle case. Molti film e libri lo hanno raccontato.
Ma la forza di questo film sta in un racconto fatto con le immagini dei protagonisti – donne e uomini di tutte le età – ripresi nella quotidianità di una vita passata ad aspettare la prossima demolizione, la manifestazione che ne seguirà, gli scontri con soldati e coloni, gli arresti, la morte. E poi la ricostruzione in segreto.
C’è tanta rabbia, ma ci sono anche sorrisi che sono incantevoli.
Il successo del film – 69 premi vinti in tutto il mondo e l’Oscar come migliore documentario – contribuirà ad una maggiore e più diffusa conoscenza dei termini della questione palestinese: un popolo che subisce un’occupazione violenta da più di 70 anni.
Di tutto il film, però, a me è rimasto nel cuore il dipanarsi dell’amicizia tra Basel, il giovane attivista palestinese che fin da bambino partecipa alla resistenza del suo villaggio, e Yuval, il giornalista israeliano che “da quando ha imparato l’arabo ha cambiato le sue opinioni politiche” e che partecipa alla raccolta delle immagini delle violenze e dei soprusi dei soldati e che li insulta gridando: “Voi fate tutto questo anche in mio nome”.
Sono proprio le chiacchiere, vicino al fuoco e in macchina, fra questi due ragazzi che si aprono a vicenda e regalano così agli spettatori la carezza del sogno di un futuro di fraternizzazione fra i due popoli.
Da vedere. Pier, 03/2025

Scritto il 01/06/2024
La frase. Raymond a Robert: “Gli uomini magri sono la cosa più ridicola che esiste”
Chi lo ha diretto. Yorgos Lanthimos, Atene, classe 1973, lo presenta a Cannes, vince il premio per migliore attore, pochi mesi dopo lo strepitoso successo di “Povere Creature”. In questo film Lanthimos torna a lavorare con il provocatorio sceneggiatore dei suoi film iniziali: Efthymis Filippou. Alla coppia si devono film spiazzanti e impregnati di riferimenti ai classici della cultura greca.
Di che parla. Il film si compone di tre storie che declinano le forme che assume la dipendenza dal potere – nel lavoro, nella coppia, nella religione; l’impossibilità di mantenere il controllo della propria vita una volta fuori dal rapporto di dominio; le maschere che i diversi ruoli conferiscono alla stessa persona. In una narrazione algida ed a tratti disturbante ma mai banale, gli stessi attori interpretano infatti, di storia in storia, personaggi diversi; uno solo rimane con la stessa maschera: R.M.F. che dà i titoli alle tre storie e chiude il film con un riferimento esplicito al Cinema come l’arte della finzione e del gioco che fa il verso alla vita reale.
Che ne penso. Lanthimos, all’apice della sua notorietà, spiazza tutti e torna a produrre un film difficile, impegnativo, fastidioso, che mette lo spettatore di fronte ad una serie di temi – quello del ricatto “in nome dell’amore” ad esempio – che, di sicuro, almeno una volta, ha incrociato la sua vita. E poi: l’esercizio gratificante del dominio sulle persone; il sesso come attività banalizzata e priva di una qualsiasi partecipazione emotiva; le persone-maschere che si aggirano in un mondo spopolato di vere relazioni umane. C’è più di un motivo per bollare il film come “indigeribile” ed evitare di vederlo. D’altra parte, c’è il fascino di una provocazione intellettuale ben costruita, ottimamente recitata, dai molteplici significati, che sfida lo spettatore, lo confonde con possibili interpretazioni contraddittorie, lo spinge a interrogarsi più volte sul senso di quello che vede, lo tiene vincolato alla poltrona fino allo sberleffo finale.
A me è piaciuto, Pier 06.2024

Scritto il 03/05/2024
La frase. Larb Ben M’hidi dirigente del Fronte di Liberazione dell’Algeria è stato catturato e viene mostrato come trofeo alla stampa. Un giornalista francese gli rivolge questa domanda: “Non le sembra un po’ vile usare i cestini e le borse delle vostre donne per trasportare gli ordigni esplosivi che uccidono tanti innocenti?” Risponde Ben M’hidi: “E a lei non sembra più vile lanciare sui villaggi indifesi bombe al napalm che di vittime innocenti ne fanno mille volte di più? Certo se avessimo i suoi aerei per noi sarebbe più comodo. Mi dia i suoi bombardieri e noi le lasciamo i nostri cestini.”
Chi lo ha diretto. Gilberto Pontecorvo, detto Gillo, classe 1919. Le riprese iniziano nell’estate del 1965, si gira nei luoghi dove si sono svolti i fatti con una troupe di tecnici locali e nove italiani che li guidano. Tutti gli attori, salvo quello che interpreta il colonnello Mathieu, sono dilettanti. Dopo 4 mesi e tre giorni di riprese il film viene montato e la colonna sonora è affidata ad Ennio Morricone. La sceneggiatura è di Pontecorvo e Franco Solinas, essa prevede che il film appaia, allo spettatore come un cinegiornale, per questo ricorrono con il direttore della fotografia, Marcello Gatti, alla tecnica del “controtipaggio” in modo di avere un bianco molto contrastato di tipo televisivo: nel film non c’è un metro di pellicola preso dai cinegiornali dell’epoca. Esce nelle sale nel 1966, vince il Leone d’Oro al Festival di Venezia ed è candidato a tre premi Oscar nel 1969. In Francia viene vietato fino al 1971.
Di che parla. 7 ottobre 1957, Ali La Pointe, ultimo superstite della struttura di vertice del FLN ad Algeri è circondato nel suo nascondiglio dai parà del colonnello Mathieu inviato dal governo di Parigi a spegnere la rivolta degli abitanti della casbah di Algeri. In un lungo flashback, Alì ripercorre tutte le tappe della sua maturazione catartica da delinquente comune a coraggioso partigiano della liberazione della sua terra dalla Francia. In questa carrellata, Pontecorvo presenta, senza manicheismo, i protagonisti e i fatti reali della battaglia combattuta ad Algeri fra il 1954 e il 1957, conclusasi con la sconfitta del Fronte di Liberazione Nazionale. Pontecorvo sceglie di mostrare la logica coloniale della Francia di allora e di qualsiasi altro oppressore nelle stesse condizioni di dominio. Così come, nelle ultime memorabili sequenze finali del film, sceglie di mostrare l’irreversibilità dei processi rivoluzionari, dal momento che la lotta per la liberazione assomiglia a un fiume carsico destinato a riemergere e a spazzare fuori dalla storia ogni forma di colonialismo. L’ultima inquadratura porta, infatti, la data dell’indipendenza algerina: 3 luglio 1962.
Cosa ne penso. E’ un film emozionante: le ultime sequenze, dedicate alle manifestazioni spontanee, improvvise, massicce e travolgenti del popolo, con le donne in prima fila, i ragazzi e i bambini insieme ad adulti di ogni età, armati solo del loro coraggio e forti della loro estrema determinazione che affrontano soldati, poliziotti e carri armati, coinvolgono fino alle lacrime un qualsiasi spettatore che abbia davvero a cuore la libertà dei popoli oppressi e la giustizia.
E’ un film attualissimo: a maggior ragione coinvolgente e commovente rivisto oggi sebbene, come per me, per la quarta o quinta volta.
E’ un film “politico”, schierato, ma lucido ed onesto, che fa parlare le immagini, i volti, i corpi, riducendo i dialoghi, senza alcuna pretesa moralistica o educatrice. I parà ricorrono alla tortura, davanti a figli e mogli, (come faranno gli aguzzini cileni ed argentini), i partigiani fanno agli attentati nella zona europea, nei bar, nei caffè, per strada. Sulla necessità del terrorismo, così come della tortura, Pontecorvo fa parlare i due antagonisti. Mathieu, il colonnello dei parà, zittisce quei francesi che accennano alla a-moralità della tortura (“questo è il prezzo che la vostra coscienza deve pagare se volete conservare l’Algeria”) e, dall’altra parte, Ben M’hidi asfalta il giornalista con l’iconica frase: datemi i vostri bombardieri e vi darò i miei cestini.
Già: questi sono i veri termini della questione, di ogni lotta per la liberazione di un popolo oppresso. La lotta per l’indipendenza è costata, agli algerini, un milione e mezzo di morti su 10 milioni di abitanti e 132 anni di dominio coloniale.
Servirà altro tempo e ci saranno altri morti, ma anche la Palestina sarà libera: dal fiume e il mare e abitata, in pace, da arabi ed ebrei. Ed il sionismo sarà cacciato fuori dalla storia.
Da vedere a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=dr0YixQBAJw
Pier, 5.2024

Scritto il 02/05/2024
La frase. Il regista presenta il film così: “Questo è un film politico, ideologico e di parte”
Chi lo ha diretto. Michele Riondino, nato a Taranto, classe 1979, con una lunga esperienza come attore, si cimenta, per la prima volta con questo film, come regista. Nella sale da ottobre 2023 e su Sky.
Di cosa parla. Racconta una storia vera. Per scriverne la sceneggiatura insieme a Michele Braucci, Riondino per sette anni ha raccolto testimonianze delle persone coinvolte nella vicenda. Siamo a Taranto al 1997: l’Italsider è stata appena privatizzata e acquistata dal Gruppo Riva. Fra le prime preoccupazioni dei nuovi proprietari c’è il risparmio di costi e il loro piano prevede anche il ricorso all’istituto della “novazione” del contratto, ossia al declassamento degli impiegati ad operai, pratica illegale ancora a quei tempi – prima della riforma operata dal governo Renzi – nonché pericolosa per gli stessi lavoratori. Interpellati gli impiegati, coloro che rifiutano di accettare il cambio di mansioni vengono confinati in un fabbricato lontano dal resto della fabbrica, la Palazzina LAF del titolo, senza carichi di lavoro. In quella situazione di assoluta alienazione viene inserito anche un operaio – unica figura di fantasia del film – con il compito di fare la spia al capo del personale. Una lettera di denuncia, scritta dai lavoratori della Palazzina LAF, finisce nelle mani della Procura della Repubblica. Si apre l’inchiesta e…
Cosa ne penso. Stupore e meraviglia: la classe operaia protagonista di un film, non in Gran Bretagna, come è accaduto più volte grazie a Ken Loach, ma qui in Italia! Film coraggioso ma di nicchia, riscoperto in questi giorni grazie ai David di Donatello per i due attori protagonisti: Michele Riondino nella parte dell’operaio-spia e di Elio Germano, superbo come al solito, nei panni dell’infame “uomo della proprietà”. La sceneggiatura va oltre la vicenda di mobbing ed accenna alle altre problematiche – ancora irrisolte – legate alla fabbrica di Taranto, prima fra tutte l’ambiente dannoso. E’ un film amaro, certamente dalla parte dei più deboli, ma la scelta delle caratteristiche di Caterino Lamanna, l’operaio protagonista, la dice lunga sulla sfiducia, anzi, la critica aperta e senza sconti di Riondino nei confronti degli operai di Taranto. Nelle interviste ha più volte ribadito come in tutta la vicenda della ex Italsider gli operai si siano schierati per le soluzioni precarie e momentanee, piuttosto che scegliere di ingaggiare una battaglia decisiva per la difesa della salute di sé stessi, delle loro famiglie e degli abitanti di Taranto.
D’altra parte, la denuncia vuole andare oltre Taranto e l’Italsider: i reparti confino sono nella storia di tutti gli stabilimenti in Italia e di molti altri luoghi di lavoro privato; ed ovunque la resistenza in difesa di diritti, pur sanciti per legge, è stata piegata con il ricorso a mezzi come quelli descritti nel film.
Poi è arrivato Renzi e non ce ne è stato più bisogno…
Film da vedere e far vedere ai giovani. Pier, 5.2024

Scritto il 01/05/2024
La frase “Nel giro di un mese, Stoner realizzò che il suo matrimonio era un fallimento. Di lì a un anno smise di sperare che le cose sarebbero migliorate. Imparò il silenzio e mise da parte il suo amore.”
Chi lo ha scritto. Questo è il terzo romanzo di John Williams, statunitense classe 1922, che lo pubblicò nel 1965 con scarsi riscontri di pubblico e di critica, ma che poi fu ristampato nel 2003, a dieci anni dalla sua morte, e divenne un best seller internazionale
Di che parla. Dei sessantatré anni di vita di William Stoner, dall’infanzia di duro lavoro in campagna alla laurea in letteratura ed all’insegnamento all’università, raccontati con una prossimità al protagonista così impregnata di tenerezza, da farlo diventare caro al lettore più smaliziato. La vita di Stoner, chiamato così dall’Autore per gran parte del romanzo, è assolutamente priva di gloria, è una vita “normale”, sebbene abbia sullo sfondo i primi 50 anni del ‘900, sono le vicissitudini di una persona con difficoltà relazionali, poco incline alla baldoria, apparentemente rassegnato a subire ingiustizie ed angherie da parte delle persone che gli sono accanto. Il “miracolo” – come lo chiamano molti critici letterari – dell’Autore è che, nonostante questa materia, sia riuscito a fare della vita di Stoner “una storia appassionante, profonda e straziante”. (dalla Postfazione di Peter Cameron)
Cosa ne penso. Sentiamo di essere come Stoner ogni volta che ci ritiriamo nella nostra zona di comfort di fronte ai brontolii, le ripicche, i dispetti e le aggressioni verbali del partner, coltivando una passione, godendo del silenzio, seguendo il filo di un nostro intimo pensiero, sentendoci appagati e lieti di potercelo permettere. Siamo indulgenti con lui come lo saremmo con noi stessi, nonostante ci sembrino incomprensibili le ragioni della sua sottomissione ai voleri della moglie ed inaccettabili le ragioni che lo allontanano dalla figlia amata. Attraverso una forma di scrittura avvolgente, pacata, intima, John Williams accompagna il lettore a fianco di Stoner, sempre fino al suo confronto con i grandi temi dell’esistenza: il senso ed il valore della vita vissuta, l’amore – se non sia meglio vivere il sogno di un grande amore finito piuttosto che calarlo in un’esistenza quotidiana misera ed abitata da persone malevole – ed infine la trascendenza. Negli ultimi suoi momenti di vita, Stoner non ha mani da stringere ma un libro da accarezzare: è il suo libro, quello che più di ogni altra cosa, anche più dell’amore, gli avrebbe assicurato l’immortalità. Lo aveva detto, a proposito della funzione dell’arte, già Marcel Proust all’inizio del ‘900.
Da leggere assolutamente. Pier, 05.2024

Scritto il 02/04/2024
“La frase. Addie: “Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me.” Louis: “Cosa? In che senso?” “Nel senso che siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare. Sto parlando di attraversare la notte insieme. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?”
Chi lo ha scritto. E’ l’ultimo scritto di Ken Haruf (1943-2014), pubblicato postumo nel 2015.
Di che parla Due settantenni, vedovi e soli, cominciano a passare le notti insieme, senza nascondersi agli occhi degli abitanti di Holt, la cittadina di fantasia del Colorado nella quale sono ambientate tutte le storie di Haruf. Ma la comunità non approva, la riprovazione collettiva e la condanna della relazione giungono all’orecchio del figlio di lei che mette la madre di fronte ad una scelta difficile e dolorosa.
Che ne penso. Scritto all’età dei protagonisti, Haruf parla con delicatezza e semplicità, di un tema più scabroso e molto più condannato di quanto si pensi: l’amore tra vecchi e per i vecchi. Ebbene si: anche se l’ardore della giovinezza può essere venuto meno, lo stare insieme nel letto nudi, l’affettività, la premura, la voglia di stringersi e di accarezzarsi, di raccontarsi le cose di una vita, il mettere in comune fragilità e bisogni, è davvero possibile, anzi è bello, dolce e romantico, anche a 70 anni e più. Non c’è un tempo definito per Amare. E la storia di Addie e di Louis coinvolge, accarezza il cuore: come ha scritto qualcuno: “è un libro lieve, sussurrato, come fanno gli amanti di notte.”
A me, però, è venuta la voglia di cambiare il finale.
Da leggere (di notte). Pier, Aprile 2024

Scritto il 01/04/2024
La frase Lei era l’esatto contrario di ciò che la gente di Holt pensava che fosse. In altre parole era l’esatto contrario di ciò che la gente di Holt pensava che avrebbe dovuto essere
Chi lo ha scritto. Kent Haruf (1943-2014) di Pueblo nel Colorado. La strada di casa è del 1990
Di cosa parla. La storia è ambientata ad Holt, Colorado, una cittadina di fantasia. La storia prende le mosse dal ritorno di Jack Burdette nel paese, dopo otto anni di sparizione, e ne ripercorre la vita fino alle vicende drammatiche vissute all’indomani del suo ritorno. Il personaggio che si afferma nello svolgimento della storia e rimane nel cuore del lettore, però, è una donna: Jessie. Sarà lei che, come in una tragedia greca, affronterà, a viso aperto, espiazione e riscatto con una forza e una determinazione memorabili.
Cosa ne penso. Mi è piaciuto per tre motivi. Il primo è che è scritto benissimo: Haruf utilizza il “movimento” del racconto per tenere incollato al libro anche il lettore restio ad immergersi nelle vicende dell’America rurale. Così, tra i movimenti della scrittura, disseminati come piccole esche pagina dopo pagina, ed i colpi di scena improvvisi che impongono al racconto un ritmo incalzante, il lettore non può fare a meno di arrivare più presto possibile in fondo: io l’ho letto tutto di un fiato in meno di un giorno. Se un aspirante scrittore volesse capire come attrarre e tenere un lettore incollato al suo libro dovrebbe imparare la tecnica da Kent Haruf. Il secondo motivo è che ho amato tanto il personaggio di Jessie. Una protagonista che si afferma e conquista il suo posto centrale un poco alla volta fino a diventare indimenticabile. Il terzo motivo è perché, come dice nella nota il traduttore Fabio Cremonesi, il tema del libro è la giustizia. Quella inadeguata dei tribunali, quella velleitaria e “sommaria” degli abitanti di Holt e quella di Jessie che si condanna ad una vita durissima e ad una perdita straziante pur di risarcire, come può, i suoi concittadini. La Giustizia, quindi, come insopprimibile valore etico costitutivo dell’Essere Umano ma soprattutto come ispirazione personale di vita nel quotidiano.
Da leggere. Pier, Aprile 2024

Scritto il 01/02/2024
La frase “Ah! Se solo gli edifici potessero raccontare”
Chi lo ha scritto. Suad Amiri, classe 1951, nata a Damasco e residente a Ramallah in Palestina, dove ha fondato il Centro Riwuaq, che si dedica a tutelare e riportare in vita edifici e centri storici in villaggi e città dei Territori occupati e di Gaza. È architetto ed ha insegnato anche nelle Università del Michigan e di Edimburgo. Scrittrice “solo per caso”, come dice lei stessa, ha pubblicato numerosi libri anche in Italia, il più celebre dei quali è “Sharon e mia suocera. Se questa è vita”, scritto fra il 2001 e il 2002, durante l’occupazione e il coprifuoco imposto a Ramallah dall’esercito israeliano. Il libro racconta con molta ironia il conflitto da una prospettiva inedita: quella della convivenza forzata tra le mura di casa con la petulante, insopportabile suocera.
Di cosa parla. Tutto inizia nel 1948 alla scadenza del Protettorato britannico che lascia al nascente Stato di Israele il potere di espropriare terreni e case, ed espellere gli abitanti palestinesi che vi abitavano. È la Nakba (la “catastrofe”): 700 mila di loro dovettero abbandonare la Palestina e rifugiarsi nei paesi vicini senza che a loro sia stato mai concesso il diritto al ritorno. Dopo di allora le espulsioni da terre ed abitazioni e gli espropri sono proseguiti e proseguono tuttora. Ma ogni storia di abbandono forzato di una casa è storia personale di affetti, relazioni, ricordi che vengono strappati via e lasciati nella memoria dolorosa che riemerge come in questo libro.
“Di cosa è fatta la bellezza di una casa, se non della vita di chi la abita?” si chiede Suad Amiri. Ambientato a Gerusalemme, narra di storie raccontate con leggerezza ed ironia da chi ha vissuto l’angosciosa esperienza di aver costruito la propria casa, come la villa bellissima dell’architetto Baramki, e di doverla guardare da fuori perché abitata da altri con il permesso della legge dei conquistatori. La Amiri ci fa entrare in questa intimità senza mai indulgere al racconto pietistico o scavare nel dolore personale.
Cosa ne penso. Chi non ha mai visitato la Palestina o qualche lembo della sua terra, chi non ha mai conosciuto personalmente i poeti e gli scrittori palestinesi o letto le loro poesie e i loro racconti, ha del popolo palestinese e della sua lotta un’idea sfocata o peggio costruita sulla base delle narrazioni degli oppressori e dei loro fedelissimi scribacchini. Il contatto con la letteratura palestinese, come attraverso i libri di Suad Amiri, restituisce l’immagine di un popolo valoroso, oppresso, che ha lottato e lotta per la sua indipendenza e per riappropriarsi della propria terra occupata e colonizzata, un popolo colto – ogni bambino palestinese sa esprimersi in inglese – che vanta intellettuali di livello internazionale, poeti sensibili e delicati, scrittori moderni che raccolgono la memoria dolorosa e la volontà indomabile di lotta di donne e di uomini.
Da leggere per chi vuole capire.

Scritto il 20/01/2024
La frase. Hirayama: “Adesso è adesso. La prossima volta è la prossima volta”.
Chi lo ha diretto. Wim Wenders, classe 1945, regista, sceneggiatore, produttore ed attore tedesco, autore di film cult come “Paris Texas” Palma d’Oro a Cannes, “Lo stato delle cose“ Leone d’Oro a Venezia”, ”Il cielo sopra Berlino” migliore regia a Cannes. Perfect Days nasce in modo particolare: Wenders, all’indomani della pandemia viene invitato a Tokio per conoscere il progetto Tokyo Toilette Project, di re-styling di 17 bagni pubblici che il regista avrebbe dovuto pubblicizzare con alcuni cortometraggi. In quella visita si rende conto che il concetto di “bagno pubblico” in Giappone è molto diverso da quello occidentale: sono piccoli santuari di pace e dignità. Pensa allora che il miglior modo per renderli in sintonia con questa visione è quella di inserirli in un contesto narrativo centrato su un personaggio credibile, reale ma per molti versi unico e molto accattivante. Da qui nasce la figura di Hirayama e il film.
Di che parla. Hirayama è felice del suo lavoro. Lo esegue tutti i giorni con scrupolosa dedizione. Hirayama lucida, sarebbe meglio dire lustra, i bagni pubblici di Tokyo. E vive con serenità e meticolosa applicazione tutto quello che compone il tempo della sua giornata: ripiega il futon dove dorme, cura i suoi baffi, innaffia le piante e cura i piccoli aceri, prende un caffè dalla macchinetta sotto casa, organizza nel suo furgoncino tutto l’occorrente per il lavoro, sale a bordo, infila un’audiocassetta nel mangianastri e parte sorridente verso il primo dei bagni da “accudire”. Succede poco in questo il film, ma quel poco che succede lascia il segno grazie a Koji Yakusho, lo strepitoso attore che Wenders come protagonista e che ha trionfato al festival di Cannes
Cosa ne penso Il tempo presente, la cura, il sorriso, la musica sono le coordinate esistenziali di Hirayama: l’insieme che ce lo fa amare fin dal primo istante. Ogni suo gesto celebra il trionfo della pienezza nella semplicità. Un messaggio che ci chiama a vivere “l’adesso” sempre predisposti allo stupore ed alla meraviglia. Chi ha amato Wenders in questo ritrova il meglio di lui. A partire dalla sua passione per la musica e la scelta della colonna sonora giusta e indimenticabile per ogni suo film. La colonna sonora che accompagna la vita di Hirayama è un capolavoro. Fa tornare i ragazzi come me, nati e vissuti analogici, a quando amavamo, ridevamo, scherzavamo, ballavamo accompagnati dai pezzi degli stessi artisti della compilation del film: da House of the Rising Sun degli The Animals, a The Dock of the Bay di Otis Redding fino a Perfect Days di Lou Reed che da il titolo al film. Lo stesso pezzo e lo stesso autore che hanno composto la colonna sonora del mio matrimonio nel 2010. Indimenticabile.
Un film da vedere assolutamente
Pier, gennaio 20